© Luigi Farina

MARMI



[...] Farina, lascia che la forma cresca secondo uno sviluppo naturale,giocando con la particolare lucentezza del marmo abbinata alla trasparenza o al colore del vetro; affronta il percorso creativo come un processo da lui innescato, ma che controllerà solo calandosi nella materia, facendosi tutt’uno con lei: Farina si cala dunque in quel fare elementare di accumulo di materia e immagine e la sua immedesimazione è totale, prescinde dalle caratteristiche di linguaggi precostituiti.
La sua naturalità quasi organica e vegetale ha non pochi riferimenti al passato. [...]
[...] Ancor più che a linguaggi e a modelli, però, il lavoro di Farina fa pensare ad una sorta di religione: ed ecco spazzati via storia e riferimenti. Perché, al di là di parentele formali o di comuni filosofie, nel lavoro di questo artista non si agitano simboli, né eroi, la sua arte non è esaltata liberazione di forme nello spazio e neppure purissima astrazione formale.

Sul loro letto di terra rossa della Magna Grecia figura di arcaici mostri, o solo astratti contorni, ritornano nel grembo della classicità e il loro splendere, per contrasto cromatico, non è diverso da quello di un tempio greco.
Distese in un abbraccio al grembo materno hanno la solennità di forme gigantesche, ma in misura umana. Immagini totemiche, grandi fossili, ali incombenti dal cielo o generate dal suolo, queste sculture hanno l’altera indifferenza di divinità senza volto; dialogano al loro interno con la luce di una sfera di cristallo che sconfigge l’opacità della pietra o si sottomette al più brillante marmo. Sono forme introspettive e non estroverse; catturano lo spazio, diventano architettura, senza sottomettersi a regole diverse dalla propria. Come divinità sdegnano un’inquadratura, non hanno punti di vista privilegiati, non chiedono di essere visitate. Sono autonomi ed autosufficienti frammenti di universo organico.

Pur nell’infinita variabilità dei piani, negli innesti rigidi,nei morbidi e curvilinei trapassi non esprimono un principio dinamico, l’emozione, nella scultura di Farina non canta la gravitazione, lo spostamento, l’attrazione reciproca delle forme, delle masse e dei colori... E solo un breve fremito come quando dalle radici dell’albero parte la linfa e le foglie appena si agitano. Il movimento è tutto, solo interiore. [...]



Claudia Cassio




[...] Sono stato a casa di Luigi Farina.
Mi ha fatto vedere una serie di sue sculture, nell’ingresso, appoggiata sul pavimento, su una base in lamiera c’è una grande scultura costituita da diversi pezzi, pietre di diverse grane e colori.
Si snoda a terra sollevandosi di poco più di mezzo metro, serpeggiando e strisciando sinuosa, a metà tra il drago di un paravento cinese e la carcassa di un dinosauro riemersa dalle sabbie di un deserto.
Potrebbe stare dovunque. Su un piedistallo di marmo pario stagliato nell’atmosfera rarefatta del cielo greco, come un donario per una vittoria olimpica, o nella penombra di una capanna nella savana, oggetto della devozione di un culto antico e misterioso; acquattarsi tra doccioni e mostri sulle guglie di una cattedrale gotica o discendere come il serpente piumato dalla ripida scalinata di un tempio azteco...



Bruno Orlandoni

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